LA TECNICA
La realizzazione di queste pagine è stata resa possibile grazie alla gentile
concessione del gruppo editoriale E.DAI in particolar modo alla rivista PESCA IN che ci permette di mese in
mese di aggiornare il nostro sito utilizzando un articolo pubblicato sulla loro rivista;
qui è nostra intenzione ringraziarli pubblicamente.
Tratto da Pesca In di Febbraio 1997. Testo e Foto di Tony Doglioni
Innanzitutto diamo al vocabolo (quello artigianale) una esatta definizione di "cosa dovrebbe essere". Dicasi rodolon una tecnica di pesca senza galleggiante che utilizza una piombatura costituita da una leggera spirale in fusibile di piombo che ci permette "soffici" passate nei pressi del fondo con piccole esche vive che "viaggiano" pressoché in modo naturale. IL resto, o quanto non riconducibile a questa descrizione, e "altro" e si può chiamare "rodolon industriale" o meglio, per essere franchi, di "comodo".
II metodo è rivolto ai pesci autoctoni quali le fario e mormorate nate e cresciute allo stato "brado", ma anche il temolo, soprattutto negli esemplari più grossi, spesso e volentieri si lascia tentare dai bocconi cosi presentati. La velocità della nostra esca, in pratica uguale a quella idrica, esige come "interlocutori" pesci scattanti e "svegli" che si portano nelle zone "buone" per una sola ragione: mangiare. L'unico problema è il palato "fino" di questi commensali che disdegnano qualsiasi boccone mal innescato e che si "fa notare" per il proprio andamento strano fatto di "ancoraggi" sul fondo e spostamenti innaturali, magari controcorrente. Da ciò risulta che far compiere alla nostra insidia una cosa semplice (a parole), quale la discesa a valle in completa balia delle correnti in maniera naturale, in realtà diventa maledettamente complicato da eseguire.
La componente principale è la testa (in particolar modo "il ripieno") che ci permetta di poter ragionare come i pesci "ruspanti" che tanto vorremmo appesi al nostro amo. A seguire una buona conoscenza e capacità di "lettura" delle acque in modo da identificare gli scalini formati dal fondo fluviale e le zone di "pastura". Giunti a questo punto, ad ogni modo, dopo qualche uscita e accompagnati da qualcuno già svezzato si può cominciare ad agire con una propria autonomia. L'inizio può sembrare complicato e necessita di una componente istintiva da sviluppare, ma gli sforzi conseguiti verranno, in seguito, premiati con delle azioni di pesca e dei pesci in grado di risvegliare sapori sportivi e soddisfazioni inimmaginabili. A testimonianza della sportività e bellezza del sistema vi riporto un fatto vissuto: qualche anno fa con degli amici "codaioli" feci parecchie uscite sul Piave e sul Cordevole alternando ore di pesca a "rodolon" a ore di pesca con la "frusta".
Ognuno rivendicava una maggiore "soddisfazione" nell'esercizio della tecnica più consona e capii immediatamente che il loro scopo era quello di "convertirmi" al sistema "inglese"; attualmente i personaggi protagonisti della storia sono dei felicissimi frequentatori del fiume con la "loro" 7 metri in mano e la "tot. piedi" in soffitta. La semplicità della tecnica, nonché della attrezzatura, in cui la vera differenza la fa il "soramanego" (una vera traduzione in italiano del termine non esiste, comunque facciamo riferimento a una parte del corpo presente solo nei maschi) e I'istinto alieutico del pescatore è la vera essenza da gustare. Cominciamo con la descrizione "nuda e cruda" dell'azione di pesca con una raccomandazione personale: le fasi sono semplicissime, anche se di non altrettanto facile e scontata applicazione, quindi non cerchiamo di complicarle una volta giunti in riva al fiume. Come già precedentemente illustrato bisogna identificare "mentalmente" la presunta posizione del pesce; la vista non serve, valutati l'ampiezza dell'ambiente fluviale e il fatto che il pesce autoctono e "trasparente" anche una volta allamato. Bisogna ricorrere al tanto reclamizzato senso dell'acqua; la dote non e quella di avvertire il freddo dell'acqua quando ci entra negli stivali, ma e una componente, forse la più importante, del celeberrimo "soramanego" già menzionato.
E' la capacità di "ecoscandagliare" il letto fluviale e di visualizzare nel "monitor" la trota, che pinneggiando (non e una parolaccia) impaziente, attende che qualcosa le passi velocemente a tiro di fauci. La posizione del pescatore deve essere circa all'altezza o poco a valle rispetto a quella del pesce. II lancio verrà effettuato verso monte con un'angolazione di 45/50 gradi; in parole povere il filo deve "disegnare" la bisettrice tra il pesce e la linea della riva a monte (vedi disegno). La distanza di quanto "in su" lanciare dipenderà dalla velocità e dalla profondità delle acque e sarà una capacità, una sensazione che si migliora di uscita in uscita e dopo numerosissimi lanci. L'esca, una volta toccato il pelo dell'acqua, comincerà ad affondare e dovrà arrivare sul fondo qualche metro a monte rispetto al pinnuto in caccia, in modo da essere perfettamente "in pesca" al momento dell'incontro. Da parte nostra dovremo, dall'istante in cui tocca l'acqua, non perdere più di vista (sarebbe più appropriato "di tatto") il boccone, ma nel contempo non imprimere nessun impulso, anche impercettibile, che ne pregiudichi I'andamento proprio. IL filo va tenuto in tensione molle e mai, dico mai, dovrà arrivare all'altro "capo" una nostra sollecitazione anche se ritenuta ininfluente; il tutto, pero "sotto totale controllo" per poter intervenire istantaneamente.
Terminata la fase di affondamento la piombatura arriverà contatto con il fondo del fiume (sembra un secolo di "descrizione", ma in realtà si tratta di un paio di secondi) che ci sarà segnalato con un piccolo "salto" e/o delle lievissime vibrazioni. Da questo istante l'esca deve fare "quello che vuole", con una passata regolare, continua e soprattutto "fluida", senza evidenti rallentamenti o piccole soste "istantanee". Anche senza avere i polmoni di Maiorca è un'azione da fare in "apnea". In caso di ripetute "frenate" è da ridurre ulteriormente il peso della piombatura. L'abboccata, sebbene nella maggioranza dei casi si riveli "feroce", dura spesso meno "di quanto si vorrebbe" e richiede una ferrata più che immediata da parte del pescatore.
Altra componente del "soramanego" è la capacità di tenere molle quanto basta la lenza per permettere un andamento "totalmente libero" all'esca, ma contemporaneamente teso senza evidenti "spanciamenti" per permetterci, in frazioni di secondo, di far penetrare l'amo nelle dure cartilagini del pesce. Sebbene la trota autoctona scatti con rapidità per non lasciarsi sfuggire una bestiolina veloce, altrettanto rapidamente "sente" che quello che sta per ingoiare "pesa" più del dovuto, soprattutto per la spinta idrica sul filo, e non ci pensa su troppo a sputare immediatamente il tutto (anche se non e educazione!!). La ferrata deve essere istintiva, ma la cosa basilare e importantissima è che la sollecitazione relativa arrivi istantaneamente all'amo, senza "perdersi lungo il filo" ; cio ci eviterà di cambiare esche su esche che altrimenti tornerebbero al mittente orribilmente mutilate, e, quel che e peggio... senza trota attaccata. IL movimento della ferrata va eseguito non "dopo" I'abboccata, ma "durante". Difficilmente ci troveremo a combattere con bei pesci allamati in fondo alla gola; nella gran parte dei casi la corrente sostenuta dei luoghi e l'amo conficcato a fior di labbra ci costringono a perfette azioni di recupero con tutti gli accorgimenti del caso... che se anche ben eseguiti spesso vedono il pesce, vincitore dell'incontro, salutarci con il classico gesto dell'ombrello, a non più di un paio di metri dalla riva. Personalmente ritengo che più un tipo di pesca presenta difficoltà maggiori saranno le soddisfazioni che se ne potranno trarre e il rodolon, credetemi, ne può offrire parecchie.